Tag

, ,

L’ultimo album de Il Teatro degli Orrori, Il mondo nuovo, contiene un brano intitolato Ion. Parla di un uomo che non c’è più e la cui pelle non c’è più…

Ion Cazacu era un piastrellista rumeno, immigrato, quarantenne, ingegnere, che fu bruciato vivo dal proprio padrone, l’imprenditore Cosimo Iannece.
Il 14 marzo del 2000 Ion, insieme con alcuni compagni di lavoro, aveva osato rivendicare i suoi diritti. In particolare quello di poter essere assunto e di smettere di lavorare in nero. Per tutta risposta Iannece passò a trovarli, la sera stessa, e dopo una discussione gli rovesciò addosso la bottiglia di benzina che, forse per timore di restare a piedi, si era portato appresso. E gli diede fuoco.

Il tutto avvenne a Gallarate, un comune italiano della provincia di Varese, in Lombardia.  Si venne a sapere del fatto diversi giorni dopo, mentre Cazacu era in ospedale tra la vita e la morte, con il 90% del corpo coperto da ustioni.

Ion Cazacu morì dopo 33 giorni d’agonia in ospedale e Iannece venne condannato a 30 anni per omicidio premeditato, aggravato da futili motivi e mezzi insidiosi. In appello riuscì ad ottenere una diminuzione della pena perché non venne confermata l’aggravante di “motivo abbietto”.

Due link ad altrettanti articoli di repubblica.it

http://www.repubblica.it/online/cronaca/operaio/operaio/operaio.html (repubblica 23 marzo 2000)
http://www.repubblica.it/online/cronaca/operaio/condanna/condanna.html (repubblica 19 marzo 2011)

Di seguito un articolo di Giuseppe Caruso da l’Unità del 5 novembre 2003

Milano, ridotta in appello a 14 anni la condanna dell’imprenditor e che nel marzo 2000 gettò benzina sul dipendente che chiedeva la regolarizzazione
Bruciò vivo l’operaio immigrato, pena dimezzata
di Giuseppe Caruso

MILANO Ha ucciso un suo operaio dandogli fuoco, ma la Corte d’appello di Milano gli ha dimezzato la pena. Cosimo Iannece è l’imprenditore edile di Gallarate che nel marzo del 2000 diede fuoco ad un operaio romeno, Ion Casacu, di quarant’anni, dopo una lite.
Cazacu svolgeva le mansioni di piastrellista nell’impresa guidata da Iannece, era arrivato in Italia passando per la Palestina, subito dopo il crollo dell’economia dell’est. In patria Cazacu lavorava come tecnico specializzato di un’azienda idraulica e si era laureato in ingegneria. Dopo una serie di promesse di assunzione mai mantenute da parte del datore di lavoro, Cazacu gli chiese di regolarizzare la sua posizione e quella dei suoi compagni, che lavoravano a cottimo prendendo diecimila lire per ogni metro d’opera realizzata e dovevano sopportare turni massacranti di dodici ore al giorno. Fiamme di morte Iannace, dopo aver sentito le richieste dei suoi operai al pomeriggio, si presentò la sera dello stesso giorno nell’appartamento condiviso da Ion Cazacu e da sei suoi connazionali per discutere, ma portando con sé una bottiglia piena di benzina. Dopo poco però la discussione degenerò in lite prima e poi in rissa, durante la quale Iannece sopraffatto dall’ira buttò della benzina sul romeno e poi gli diede fuoco.
Cazacu venne ricoverato d’urgenza nel centro grandi ustionati di Genova, con ustioni sul 90% del corpo, dove trascorse 33 giorni tra sofferenze indicibili prima di morire. L’operaio romeno lasciò una moglie, Nicoleta, e due figlie, Florina e Alina, all’epoca dei fatti entrambe studenti in chimica industriale.
In un primo momento Iannace era stato giudicato con rito abbreviato dal gup di Busto Arsizio che lo aveva condannato a trent’anni di reclusione per «omicidio volontario e premeditato». E questo nonostante l’avvocato di Cosimo Iannece, Cesare Dal Maso, avesse sostenuto in dibattimento «l’inesistenza della volontà omicida…si è trattato soltanto di percosse, poi la situazione è sfuggita di mano». Strano che però un uomo privo di intenzioni bellicose si presenti con una bottiglia piena di benzina. La pena venne confermata in Appello, ma arrivati in Cassazione il processo venne stoppato dai giudici della Suprema Corte in quanto a loro avviso esisteva «un vizio di motivazione sull’effettiva volontà omicida dell’imputato». Così il processo venne trasferito a Milano, dove ieri la Corte d’Appello ha emesso una sentenza definitiva condannando Iannece a 16 anni: sono stati «tolti» quindi 14 anni di detenzione rispetto al verdetto avuto a Busto Arsizio e dimezzata la pena iniziale.
I giudici milanesi hanno ritenuto Cosimo Iannace responsabile di omicidio volontario, ma non hanno ritenuto di considerare valida l’aggravante di «motivo abbietto» nei suoi confronti. Oltre al carcere, l’imprenditore gallaratese è stato condannato a risarcire le due figlie di Cazacu con una cifra totale di 800 milioni delle vecchie lire, come del resto aveva già stabilito i giudici durante il prima processo d’Appello. La richiesta era però di ottocento milioni a testa per ognuna delle due figlie. Alla lettura di questa sentenza che ha lasciato sbalorditi i presenti vista l’efferatezza del reato, la moglie e le figlie di Cazacu sono scoppiate in lacrime, definendo «ingiusto e vergognoso il verdetto». Le donne, tutte ormai residenti in Romania, avevano dato prova di grande dignità e forza durante gli anni difficili che erano seguiti all’assassinio di Ion Cazacu. Alla Cgil di Varese, che è sempre stata vicina alla famiglia dell’operaio romeno, le figlie e la moglie di Cazacu hanno lasciato un «grande ricordo per dignità e senso di giustizia». La vedova infatti si è rifiutata di costituirsi parte civile e non ha chiesto niente per sè, perché, come ha spiegato in una lettera aperta inviata al gup di Busto Arsizio, provava «disgusto a quantificare con una somma di denaro la perdita di mio marito».

Annunci