Nastri d’Argento, Sorrentino: “Serie tv, i nuovi film d’autore” – Repubblica Tv – la Repubblica.it

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“Il regista premio Oscar accettando il riconoscimento si è detto “Felicissimo che i Nastri si siano aperti anche alle serie. Le serie tv sono i nuovi film d’autore quelli che al cinema si possono fare sempre meno”.”
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“A scuola niente bermuda e gonne corte”. E in Veneto gli studenti rischiano la bocciatura – Repubblica.it

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“”Non vogliamo limitare la libertà dei ragazzi – ha spiegato al Giornale di Vicenza la vicepreside Barbara Scapin – ma semplicemente far rispettare le regole che la nostra scuola ha adottato. Questo non è un mercato, ma un ambiente disciplinato: per questo le famiglie ci apprezzano”.

La circolare sul caldo parla chiaro: “Per gli iscritti corre l’obbligo di presentarsi a scuola con un abbigliamento consono ad un luogo di studio e di lavoro e di tenere un comportamento educato e rispettoso verso persone e cose”. Nulla è lasciato alla discrezionalità. “Si fa presente – conclude la circolare – che per abbigliamento consono si intende l’utilizzo di pantaloni lunghi e di gonne al ginocchio”. Stop.”
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Falcone voleva vivere e i suoi nemici non erano solo i mafiosi – Repubblica.it

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“[…] Falcone in vita fu considerato magistrato poco ortodosso e insabbiatore. Odiato, ostacolato, disprezzato, esposto alla pubblica disapprovazione e isolato e non, come la storiografia ufficiale ci tramanda, apprezzato, rispettato, appoggiato. Questo è il torto più imperdonabile che si possa fare alla memoria di Falcone, perpetrare la menzogna di un talento riconosciuto, di un magistrato che ha lavorato con il sostegno dei colleghi e dell’opinione pubblica. Queste mie parole suoneranno odiose e vogliono esserlo perché per capire il Paese che siamo, dobbiamo sapere che Paese eravamo. E per capire che Paese eravamo dobbiamo studiare ciò che è stato fatto a Falcone in vita.

Potrebbe sembrare, a un giovane lettore, che Falcone sia stato l’uomo giusto, rappresentante dell’Italia perbene, ucciso dagli uomini ingiusti, rappresentanti dell’Italia corrotta. Non è così. La sintesi di ciò che Falcone ha dovuto subire l’ha fatta, a dieci anni da Capaci, Ilda Boccassini, il magistrato che forse più di tutti ha ereditato il suo metodo investigativo: «Non c’è stato uomo in Italia che abbia accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone. Non c’è stato uomo la cui fiducia e amicizia sia stata tradita con più determinazione e malignità». Bocciato come consigliere istruttore, come procuratore di Palermo, come candidato al Csm, e — continua Boccassini — sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia, se non fosse stato ucciso.

Uno dei motori principali dell’ostilità continua verso Falcone è stato il meno citato in questi anni ed è il più abietto dei sentimenti: l’invidia. Non sembri un’esagerazione, non è una mia idea, perché questa parola — invidia — è nero su bianco in una sentenza della Corte di Cassazione nell’ambito del processo per l’attentato dell’Addaura: “Non vi è alcun dubbio che Giovanni Falcone fu oggetto di torbidi giochi di potere, di strumentalizzazioni a opera della partitocrazia, di meschini sentimenti di invidia e gelosia”. Ma come si poteva invidiare un uomo che era un obiettivo tanto esposto? Si poteva eccome, non riuscendo a eguagliare il suo rigore e il suo talento, si arrivava a detestarlo, a cercare di ostacolarlo. E soprattutto risultava insopportabile a una parte importante del giornalismo e della magistratura che lui avesse l’ambizione di raggiungere ruoli di vertice per trasformare la realtà. Meglio farlo passare per un ambizioso affamato di potere e di pubblicità. Sapete come lo attaccavano? Esattamente con le stesse parole con cui oggi gli haters riempirebbero i social. Falcon Crest, il giudice abbronzato, il guitto televisivo, l’amico dei socialisti, l’uomo che usa la mafia a favore delle telecamere. Sino alle insinuazioni “se è in vita è perché lo ha permesso Cosa Nostra” ai cui affiliati viene così attribuito potere assoluto di vita e di morte. Una sorta di omaggio, più o meno inconsapevole, alla mafia da chi credeva, diceva o fingeva di volerla combattere. E Falcone, che abbiamo visto rispondere in televisione, non riusciva fino in fondo a credere possibile di doversi scusare per essere ancora in vita […]”
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Bologna, non vuole indossare il velo e la madre le rasa i capelli: sottratta ai genitori. Compagni in classe a capo coperto – Repubblica.it

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“BOLOGNA  La madre le ha rasato i capelli, quando ha scoperto che la figlia 14enne appena fuori casa si levava il velo dal capo passeggiando coi capelli scoperti, per reindossarlo solo prima di rientrare in famiglia: un velo che non si sentiva più di vestire, ma che per la cultura islamica dei genitori, di origini bengalesi, era evidentemente imprescindibile. La studentessa, una 14enne di Bologna che frequenta con ottimo profitto la terza media, ha raccontato ai suoi insegnanti il motivo di quel taglio di capelli improvviso . La preside ha deciso di informare i carabinieri e la Procura è intervenuta per sottrarre la ragazza alla famiglia.”

Tutto ciò che è legato alla religione dovrebbe rimanere un fatto privato e personale. Però ammettiamolo: avete mai notato analogo scrupolo, da parte di un preside, nei confronti di genitori cattolici?
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Scrivere ancora un tema? | Doppiozero

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“Nell’ampia, e talora aspra, discussione sul degrado dell’italiano, generata dalla recente lettera-appello di 600 docenti e germinata in innumerevoli spin-off che ne hanno esplorato le diverse sottotrame politico-ideologiche (dalle responsabilità della scuola a quelle del web, passando per un classico assoluto del revisionismo culturale italiano, ovvero la demolizione postuma della figura di Don Milani), aleggiava nelle scorse settimane lo spettro della creatura polimorfa a cui da un secolo abbondante abbiamo affidato il compito di vigilare sulla buona lingua dei nostri studenti: il componimento d’italiano.
Il componimento d’italiano, meglio conosciuto come «tema», costituisce infatti la prova più largamente utilizzata per testare le competenze linguistiche degli scolari, nonché quella dai contorni didattici più labili: perché non valuta, appunto, soltanto la cosiddetta forma, ma anche l’aderenza alla traccia, le conoscenze disciplinari e interdisciplinari, il saper argomentare e creare collegamenti, l’attitudine all’analisi e alla sintesi, e più in generale la capacità di mettere in ordine fatti e pensieri per strutturare un discorso articolato e coerente su un certo argomento.”
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