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Partiamo con una definizione da vocabolario: l’imperialismo è la tendenza di uno Stato a estendere il proprio dominio su territori che originariamente non gli appartengono e/o ad acquistare una supremazia sui popoli che li abitano. Più specificamente, pensando ai decenni tra il 1880 e la Prima Guerra Mondiale, con il termine imperialismo si indica la tendenza tipica degli stati europei, entrati nella fase di grande espansione capitalistica, ad estendere il proprio potere politico ed economico sul continente africano e su quello asiatico.

Vignetta satirica sul Fardello dell’uomo bianco di Kipling

Il termine deriva dal latino “imperare”, che significa “comandare”, ma passa attraverso il termine inglese imperialism, utilizzato per definire la relazione tra la corona inglese e i suoi possedimenti coloniali (non a caso la regina Vittoria, nel 1876, si fregerà del titolo di “imperatrice delle Indie”).

Fatto sta che nel periodo compreso tra l’ultimo ventennio dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale l’espansione coloniale procedette con ritmi rapidissimi e fu tanto ampia da determinare una quasi completa e pianificata spartizione del pianeta in domini coloniali: la quasi totalità dell’Africa e gran parte dell’Asia finirono nelle mani di poche nazioni europee.

Nondimeno l’uso del termine imperialismo non è motivato solo dalla vastità dell’espansione coloniale, ma anche dalle modalità di questo processo e dalle implicazioni sociali che produsse all’interno dei paesi colonizzatori. Questa politica ebbe infatti una notevole eco sull’opinione pubblica, presso la quale le tendenze espansive degli stati alimentarono ideologie nazionaliste e razziste.

Come notò già l’economista John Atkinson Hobson nel capitolo introduttivo del suo Imperialism, il primo studio sistematico sull’argomento, l’imperialismo non comportò una concreta espansione dello Stato colonizzatore sul territorio colonizzato e non produsse flussi migratori di proporzioni significative: le potenze coloniali si limitarono invece ad espandere il proprio potere e ad ottenere il dominio, politico ed economico, diretto o indiretto, sul territorio assoggettato.

L’imperialismo è correlato in duplice senso alla nuova fase di industrializzazione che coinvolge tutta l’Europa, gli USA e il Giappone, da un lato, perché fa sorgere l’esigenza di controllare le fonti di materie prime (mantenendo in condizioni di subordinazione i paesi assoggettati) e di conquistare nuovi mercati (per scongiurare il rischio di crisi di sovrapproduzione), d’altro lato, perché è proprio il progresso scientifico e industriale che determina quella netta superiorità tecnologica che facilita la conquista.

In poche parole potremmo dire che il progredire della rivoluzione industriale aveva diviso il mondo in due gruppi:

  1. un piccolo numero di stati, dove la rivoluzione era già avvenuta o era in via di compimento, il cosiddetto “Occidente”.
  2. il resto del mondo, paesi non industrializzati e arretrati, deboli militarmente e considerati inferiori.

Nel corso di pochi decenni, Gran Bretagna, Francia, Germania, Belgio, Olanda, Italia, Stati Uniti e Giappone, si spartirono quasi un quarto della superficie del pianeta, influenzando profondamente tutta la storia mondiale successiva.

Le ragioni dell’espansione coloniale sono di tipo economico, politico e culturale e possono essere ricondotte alla volontà di:

  • garantirsi un rifornimento di materie prime;
  • conquistare nuovi mercati ed evitare il rischio di una crisi di sovrapproduzione;
  • investire i capitali finanziari accumulati in investimenti ad alto profitto;
  • dimostrare la propria superiorità (nazionalismo);
  • esportare la civiltà dell’Europa occidentale nella convinzione di essere una razza superiore.

Con riferimento agli ultimi punti citati, si consideri che gli uomini politici che sostennero l’espansionismo coloniale e cercarono di fomentare le masse per ottenerne l’appoggio  non facevano volentieri ricorso alle ragioni economiche, ma all’argomento del “fardello dell’uomo bianco”, della “missione civilizzatrice” nei confronti dei cosiddetti “selvaggi”, che assunse un ruolo centrale e che consentì di giustificare anche le azioni più brutali e… incivili.

Un esempio di questi discorsi è disponibile qui sul blog: un discorso di Enrico Corradini, esemplificativo di quello che fu il nazionalismo italiano.

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