Calandrino e l’elitropia – Boccaccio

In realtà questo testo è un adattamento del testo originale, pensato per studenti della secondaria di I grado. Ho inserito, tra parentesi quadre, alcune brevi note per facilitare la lettura.

Il testo originale della novella è disponibile a questo indirizzo:http://it.wikisource.org/wiki/Decameron/8a_giornata/Novella_Terza

Decameron 
Giornata ottava, novella terza

Calandrino e l’elitropia

Nella nostra città, che è sempre stata ricca di persone di ogni genere, visse un pittore chiamato Calandrino, un uomo semplice che stava quasi sempre con due altri pittori chiamato Bruno e Buffalmacco. Questi ultimi erano due tipi allegri ma anche saggi. Stavano volentieri in compagnia di Calandrino perché spesso si divertivano a spese della sua semplicità.

In quel tempo a Firenze vi era anche un giovane, abile in tutto ciò che faceva, astuto e di bella presenza, chiamato Maso del Saggio, il quale, avendo sentito parlare dell’ingenuità di Calandrino, pensò di divertirsi facendosene beffe o facendogli credere qualche assurdità.
Trovatolo un giorno nella chiesa di San Giovanni, intento a osservare le pitture i rilievi del tabernacolo sopra l’altare, pensò che fosse il luogo e il momento propizio per mettere in atto il suo progetto. Si mise d’accordo con un amico, si avvicinò pian piano a Calandrino, facendo finta di non vederlo, e prese a parlare delle varie virtù delle pietre preziose, sicuro e preciso come se fosse stato uno specialista di gemme.

Calandrino si mise ad ascoltare quei discorsi, e dopo un po’, vedendo che non parlavano in segreto, si unì a loro. Maso, che non attendeva altro, continuò a parlare tranquillo, e ben presto si sentì domandare da Calandrino dove si potessero trovare quelle pietre così efficaci.
– “A Berlinzone” – rispose Maso – “terra dei Baschi, in una contrada che si chiama Bengodi [Berlinzone e Bengodi sono luoghi immaginari, i toponimi sono inventati da Maso per dileggiare Calandrino], nella quale si legano le vigne con le salsicce e si può acquistare un’oca con un quattrino ed avere un papero come resto. C’è anche una montagna di formaggio parmigiano grattugiato, e sopra vi abitano genti che non fanno altro che preparare maccheroni e ravioli, cuocerli in brodo di capponi e gettarli giù: chi più ne piglia più ne ha. Lì vicino scorre un fiume di vernaccia [un vino bianco], della migliore qualità… e senza un goccio d’acqua”.
– “Oh” – disse Calandrino – “è davvero un bel paese questo di cui parli. Ma dimmi un po’: dei capponi che cuociono che se ne fanno?”.
– “Se li mangiano tutti i Baschi”.
– “E tu… ci sei mai stato?” – domandò Calandrino.
– “Se vi son mai stato?” – rispose Maso – “Vi sono stato una volta come mille” [si noti il gioco di parole: sembra che dica di esserci stato molte volte, ma in realtà afferma di non esserci mai stato].
– “E quante miglia ci sono?”.
– “Ce ne sarà più di millanta, che tutta notte canta”.
– “Dunque è più lontano degli Abruzzi?” [Considerando le distanze dell’epoca, diverse dalle nostre perché diversi -e assai più lenti- erano i mezzi di trasporto, "gli Abruzzi" appaiono a Calandrino come una sorta di limite del mondo]
– “Sì, più o meno”.
L’ingenuo Calandrino, nel vedere Maso dir quelle parole con sguardo impassibile e serio, credeva a quelle chiacchiere così come si crede a qualunque verità ovvia ed evidente.
– “Per me è troppo lontano” – disse – “ma se fosse più vicino verrei volentieri una volta con te, se non altro per veder rotolare giù quei maccheroni e farmene una scorpacciata. Ma dimmi, per favore, dalle nostre parti non c’è proprio nessuna di codeste pietre così piene di virtù”.
– “Sì” – rispose Maso – “ce ne sono di due qualità e molte preziose. Le prime sono i macigni di Settignano e di Montici, per le virtù dei quali, dopo averli trasformati in macine, si fa la farina. Per questo in quei paesi si dice che da Dio vengono le grazie e da Montici le macine. Ma di queste pietre noi ne abbiamo tante che sono poco apprezzate, così come presso i Baschi sono poco apprezzati gli smeraldi, dei quali hanno intere montagne grandi come monte Morello, e che rilucono anche a mezzanotte. Ma sappi che se tu facessi ad esempio incastonare una macina in un anello e la portassi al sultano potresti averne tutto quello che vuoi. L’altra è una pietra che noi orefici chiamiamo elitropia, dotata di una virtù immensa perché chi la porta addosso non è veduto da alcuno dove non è”. [Notare, anche in questo caso, il gioco di parole, costruito su un’ovvietà. Per meglio intepretare la burla ai danni di Calandrino, si consideri che un tempo era opinione diffusa che le pietre possedessero particolari qualità “magiche”. L'elitropia viene ricordata, ad esempio, anche nell'Inferno di Dante]
Calandrino disse:
– “Queste sono davvero delle gran virtù. Ma questa seconda pietra dove si trova?”.
– “Di solito” – rispose Maso – “si trova nel Mugnone” [un affluente dell’Arno].
E Calandrino:
– “E quanto è grande? Di che colore è?”.
– “Di varie dimensioni, alcune sono più grandi e altre meno, ma sono tutte di colore quasi nero”.
Calandrino si fissò bene in mente tutte queste cose e prese congedo da Maso con la scusa che aveva da fare, ma si propose di andare a cercare al più presto quella pietra insieme con Bruno e Buffalmacco, i suoi migliori amici. Si mise dunque a cercarli per andare con loro a scovare quella pietra e girò così per tutta la mattina. Finalmente, verso mezzogiorno, si ricordò dove stavano lavorando e, sebbene facesse un gran caldo, andò da loro quasi di corsa e subito li fece chiamare.
– “Amici miei, se mi vorrete credere” – disse – “possiamo diventare gli uomini più ricchi di Firenze. Un tale degno di fede mi ha detto che in Mugnone si trova una pietra che rende invisibile chi la porta con sé. A parer mio dovremmo andare subito a cercarla prima che qualcuno ci preceda. La troveremo di certo perché so com’è fatta e quando l’avremo trovata non avremo da fare altro che mettercela in tasca e andare da qualche cambiavalute. Quelli hanno sempre le tavole piene di fiorini e monete d’argento e noi potremo pigliare tutti quelli che vorremmo. Nessuno ci vedrà. Diventeremo ricchi e non dovremo più imbrattar mura tutto il giorno coi nostri pennelli”.

Bruno e Buffalmacco, a sentirlo, cominciarono a ridere entro di sé e, accordatisi con un’occhiata, finsero di meravigliarsi e approvarono il progetto.

-“E come si chiama, codesta pietra?” – domandò Buffalmacco.
Calandrino, che era un tipo semplice, si era già dimenticato il nome, per cui rispose:
-“Che cosa dobbiamo farcene del nome, visto che conosciamo la virtù? Su, su, andiamo a cercarla”.
-“E com’è fatta?” – domandò Bruno.
-“Ne esistono d’ogni tipo e dimensione, ma son tutte quasi nere. A parer mio dobbiamo raccogliere tutte quelle che tendono al nero”.
-“Un momento” – disse Bruno – “A me par che Calandrino abbia ragione, ma questa non è l’ora adatta perché il sole è alto e batte a picco sul Mugnone. Le pietre sono asciutte, e molte, che la mattina, quando sono ancora umide, appaiono nere, sembrano bianche. Inoltre oggi, essendo giorno di lavoro, c’è per il Mugnone un mucchio di gente che potrebbe intuire le nostre intenzioni e mettersi a cercare e magari trovare la pietra. A me pare che questa sia faccenda da far di mattina e in un giorno di festa, quando non ci sarà nessuno”.
Buffalmacco approvò quest’idea, e anche Calandrino. Decisero di andare a cercare tutti e tre la pietra la domenica prossima di buon mattino. Calandrino si raccomandò che non parlassero con persona viva perché la cosa gli era stata confidata in gran segreto. E poi disse loro tutto quello che aveva udito della meravigliosa contrada di Bengodi, giurando e spergiurando che era tutto vero. Quando Calandrino si fu allontanato, i due pittori concordarono il loro piano.

Calandrino aspettò pieno di desiderio la domenica mattina. Si levò sul far del giorno, chiamò i compagni, uscirono per la porta di San Gallo [una delle porte della città] e scesero nel Mugnone, dove si diedero a cercar la pietra. Calandrino, più volenteroso, andava avanti saltando qua e là: come vedeva una pietra nera vi si gettava sopra e la raccoglieva.
I compagni gli andavano dietro e ne raccoglievano una ogni tanto, ma Calandrino dopo un po’ ne aveva così tante che non sapeva come fare. Allora si rialzò i lembi della sopravveste fissandoseli alla cintura così da farne una sorta di sacco e lo riempì. Fece la stessa cosa con il mantello. Buffalmacco e Bruno, vedendo che Calandrino era ormai carico e che l’ora di desinare si avvicinava, seguirono il piano stabilito e Bruno disse a Buffalmacco:
– “Ma… dov’è andato Calandrino?”
Buffalmacco, che se lo vedeva vicino, cominciò a guardare in qua e in là e rispose:
– “Non so davvero… un momento fa era qui davanti a noi”.
– “Sarà” – disse Bruno – “ma son sicuro che a quest’ora è tornato a casa a mangiare e ci ha lasciato qui a cercar pietre nere per il Mugnone… come pazzi”.
– “Come ha fatto a burlarci a questo modo e a lasciarci qui, dopo che siamo stati così sciocchi da credergli?” – disse Buffalmacco – “Guarda un po’… nessuno sarebbe stato così stupido da credere che nel Mugnone si possa trovare una pietra di tale virtù!”
Calandrino, sentendo queste parole, credette di aver trovato l’elitropia e che, per sua virtù, gli amici non lo vedessero. Tutto felice pensò di andarsene a casa senza dir nulla e tornò zitto zitto sui suoi passi. Allora Buffalmacco disse a Bruno:
– “Beh… che facciamo? Perché non ce ne torniamo?”
– “Andiamocene” – disse Bruno – “ma giuro che questa è l’ultima volta che ci casco. Se mi fosse qui davanti gli scaglierei questo ciottolo negli stinchi così che si ricorderebbe per un mese dello scherzo che ci ha giocato”.

E il dire queste parole, il prender la mira e il gettare il sasso negli stinchi di Calandrino fu un tutt’uno.

Calandrino sollevò il piede e cominciò a sbuffare dal dolore, ma rimase zitto e andò avanti zoppicando.

Buffalmacco prese allora una delle pietre che aveva raccolte e disse a sua volta:
– “Guarda che bel sasso: magari potesse arrivare nelle reni di Calandrino”.
E glielo tirò difatti nella schiena. Insomma, ora con una parola ora con un’altra, lo andarono lapidando per tutto il corso del Mugnone fino a porta San Gallo. Giunti qui, gettarono a terra le pietre che avevano raccolte, si affrettarono e si misero a chiacchierare con le guardie, le quali, avvertite della burla, fecero finta di non vedere nessuno e lasciarono passare Calandrino.

Così Calandrino arrivò a casa sua e la beffa fu particolarmente fortunata perché per tutto il tratto nessuno badò a lui né gli disse nulla. Era ora di desinare e le strade erano deserte; i pochi che passavano tiravano via senza fermarsi perché sapevano di essere attesi a tavola. Calandrino entrò carico in casa e trovò monna Tessa, sua moglie, in cima alla scala, tutta indispettita per il suo ritardo. Come lo vide arrivare cominciò a gridare:
– “Finalmente! Tutti hanno già desinato e tu arrivi adesso”.
Calandrino, a sentir queste parole e accorgendosi di essere stato visto, fu sopraffatto dal dolore e dalla rabbia.
– “Maledetta donna, m’ hai rovinato!” – cominciò a dire – “Ma me la pagherai”.
Entrò nella stanza, scaricò le pietre, corse infuriato contro la moglie, la prese per le trecce, la gettò a terra e cominciò a tirar pugni e calci senza badare alle sue proteste.

Buffalmacco e Bruno, che avevano seguito Calandrino di lontano, dopo essersi intrattenuti un po’ con i gabellieri, sentirono tutta quella confusione e chiamarono l’amico Calandrino. Tutto sudato, rosso in volto e col fiato grosso, venne alla finestra e li pregò di salire. Essi andarono su alquanto turbati. Videro la sala piena di pietre e, in un angolo, la donna scapigliata, stracciata, livida e dolorante. In un altro angolo Calandrino ansava senza fiato e si lasciava cadere su una sedia.
– “O Calandrino” – dissero – “vuoi forse tirar su un muro con tutte codeste pietre? E monna Tessa… che cos’ha? Sembra che tu l’abbia picchiata. Che storie son queste?”
Calandrino, affranto dal peso delle pietre, dalla rabbia con cui aveva picchiato sua moglie e dal dolore della fortuna perduta, non riusciva a rispondere. Allora Buffalmacco incalzò:
– “Calandrino, non dovevi prenderci in giro a questo modo, portandoci a cercare una pietra preziosa e lasciandoci poi come due scemi in mezzo al Mugnone. Questa non te la perdoniamo e ti giuriamo che è l’ultima che ci fai”.
– “Amici miei” – disse Calandrino – “non vi arrabbiate: non è andata come credete. Avevo trovato quella pietra, sventurato me! E ve lo provo: quando cominciaste a chiedere di me, io v’ero vicino a meno di dieci braccia e, vedendo che non mi vedevate, ho pensato di precedervi verso casa”.
E raccontò loro dal principio alla fine tutto quello che avevano detto e fatto, mostrando i lividi delle sassate sulle gambe e sulla schiena. Poi continuò:
– “Quando arrivai alle porte della città, i gabellieri non dissero nulla, eppure quelle guardie vogliono sempre controllare ogni cosa. Ho trovato per strada degli amici e dei parenti e nessuno mi ha detto una sola parola… perché non mi vedevano! Alla fine… arrivo a casa e… e questa maledetta donna mi vede subito! perché, come ben sapete, le femmine fanno perdere la virtù a ogni cosa. Ed ecco che io, che mi potevo dire l’uomo più fortunato di Firenze, son diventato il più sventurato!”
Nuovamente in preda all’ira, voleva tornare a battere la disgraziata Tessa, ma Bruno e Buffalmacco, vedendolo levarsi furioso, gli andarono incontro e lo trattennero dicendo che la donna non aveva alcuna colpa e che lui, piuttosto, sapendo che le donne fanno perdere le virtù alle cose, avrebbe dovuto dirle di non comparirgli davanti e che avrebbe dovuto evitarla e che certo Dio aveva voluto che le cose andassero così per punirlo: egli aveva infatti cercato di ingannare i suoi compagni, celando loro di aver trovato la pietra. Dovettero quindi parlare a lungo per tranquillizzarlo, ma riuscirono a riconciliarlo con la moglie. Dopodiché se ne andarono, lasciandolo malinconico e con la casa piena di inutili pietre.

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